Sale da tè e lotta – Gabriele Madaro

Sale da tè e lotta – Gabriele Madaro

          Il percorso intrapreso da questa rubrica, centrata sul mondo delle arti marziali, ci porta questa volta a soffermarci su una figura che nell’immaginario collettivo raramente viene associata a questo campo d’attività umana, ovvero quella della donna.

          Nelle epoche passate, in effetti, la figura della donna è sempre stata eclissata e il suo ruolo sociale messo in ombra dal modello patriarcale imperante. Un’eccezione viene però dall’Epoca Vittoriana in Inghilterra. Proprio le donne, le donne di un certo rango ovviamente, che subito immaginiamo affollare sale da tè ottocentesche, avvolte nei vestiti a campanella e con in testa stravaganti ed eccentrici cappelli, sono le custodi di una forma di autodifesa “nata” proprio in quelli anni. Una forma che prende il nome di “BARTITSU”, reso poi famoso anche da Sir Arthur Conan Doyle e il suo iconico personaggio.

          Ma fu Edward William Barton-Wright, un ingegnere britannico, in seguito ad un viaggio nell'Impero giapponese, dove si allenò di jiujitsu, al suo ritorno in Inghilterra, ad annunciare la nascita di un (nuovo?) sistema di autodifesa. Un sistema, questo appunto, che potesse essere utilizzato da gentiluomini e soprattutto da gentildonne esigenti, che talvolta potevano trovarsi in difficoltà nelle strade meschine della Londra di inizi ‘800. Ma c’è di più. Tale sistema di autodifesa, che veniva considerato uno sport a tutti gli effetti, in realtà, servì anche a migliore la grazia di una donna in poco tempo. E proprio per questo fu esercizio e diletto di molte ladies. A riprova di ciò, le materassine furono addirittura messe bene in evidenza alle feste alla moda e nei balli, durante i quali le ragazze si misero in mostra con tale Arte, ponendola nello specifico tra l'etichetta e la danza. Il fascino e la possibilità di tutto ciò stava nelle peculiarità del Jiu-Jitsu che non richiedeva quella forza muscolare necessaria per abbattere un avversario, consentendo, peraltro, di avere la meglio anche nei casi in cui si ha di fronte possanze fisicamente più importanti della nostra.

          È opportuno dunque, in considerazione di quanto evidenziato, rivedere l’idea che una donna che lotta sia poco bella e poco aggraziata. Anzi, vale il contrario. E soprattutto oggi, l’arte ottocentesca di autodifesa deve essere praticata più che mai, perché la donna molto ha da lottare per la propria posizione in una società ancora lontana dalla parità. Va da sé che la pratica delle Arti Marziali può solo aiutare nell’affrontare tutto questo nella vita quotidiana, allenando la mente a lavorare sotto pressione in situazioni che possono essere definite “scomode”. Negli aspetti politici ed economici ovviamente la questione si sposta su altri piani, ma intanto partiamo dal Jiu-Jitsu.

Gabriele Madaro

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