Versi & Contro-Versi (26) con Mauro Marino

Versi & Contro-Versi (26) con Mauro Marino

           Lunga oramai appare la strada percorsa dalla rubrica Versi & Contro-Versi, che, inaugurata nel 2020, il 24 aprile per la precisione, ha accolto non pochi poeti, alcuni dei quali, come si sarebbe detto un tempo, sono Extra-Regno. In questo ventiseiesimo appuntamento, ritorna con i suoi versi Mauro Marino, noto astro letterario del Distretto Culturale Leccese, attivo in tale perimetro da oltre un trentennio. Per dirla tutta, Mauro è uno dei protagonisti, col suo -ma non esclusivo- Fondo Verri, che ha contribuito all’edificazione dell’attuale assetto del nostro Distretto Culturale, quello nel quale oggi noi tutti ci muoviamo e viviamo la nostra vita letteraria e umanistica. Un Distretto che non è più esclusiva degli accademici, i quali in gran parte tuttavia hanno sicuramente caratterizzato la cultura leccese e salentina fino agli anni ’80 del secolo scorso, a partire ovviamente dal secondo dopoguerra. E questo sia nei processi formativi sia in quelli più squisitamente espressivi, in cui oggi, e a partire dagli anni ’90, quest’ultimi si estrinsecano in forma più democratica e pluralista.

            Al di là di tutto questo, Mauro sottopone alla nostra attenzione, per quest’appuntamento, una lirica, eco di un verso della Divina Commedia. Proprio per questo tale attenzione, la nostra appunto, si raddoppia, tentando, per dirla alla Carmelo Bene, un triplo salto mortale.

            La lirica di Mauro Marino è stata oggetto della grande mostra foto-letteraria “Scatti di Poesia” tenutasi a Bari dall’11 ottobre sino a ieri, 23. Qui per l’occasione s’è dato “voce” a fotografi e a poeti, sulla strada tracciata da Dante Alighieri con la Commedia, per l’appunto.

            Mauro Marino, nella poesia che qui propone, si rifà al XIV canto del Paradiso e nello specifico al verso numero 130: Forse la mia parola par troppo osa. Una lirica, quella proposta da Mauro, che per molti aspetti stupisce, per la formazione dello stesso Mauro, il quale mostra qui evidente un superamento della sua visione volontaristica e assieme razionalistica dell’esistenza, purtuttavia senza oltrepassarla. Si potrebbe affermare che la sua è una posizione marcata, ma imperfetta rispetto a una vita vissuta e vista come Grazia, nella prospettiva tipicamente Cristiano-Cattolica, quella alla quale lui si richiama, intravedendosi ancora ed infatti una “pienezza” del soggetto, come tracciato anche e bene da Gianteresio Vattimo. Una “pienezza” che, cosciente e sapiente a sé stessa, forse cerca inevitabilmente il suo “vuoto”, come possibilità di una positiva proiezione nella vita.

            Nella lirica di Mauro v’è una Beatrice, che lo accompagna. Una beatrice che a tratti si fonde e confonde col Creato, a tratti è sintesi e spiegazione di questo e del Tutto. D’altro canto, lo spirito femminile è alla base di ogni viaggio e processo di conoscenza. Si sa, il principio maschile è solo strumentale, mezzo, leva della conoscenza, che può essere concreto solo se mosso da quello femminile. Ça va sans dire che non si sta parlando di maschio e femmina in una prospettiva di genere, che sono altra cosa, come invece potrebbero pensare un certo femminismo e un certo maschilismo.

            Una lirica, quella di Mauro Marino, che fa decisamente da specchio a questi tempi, che sembrano confusi e confusionari, e che appare dunque come un flash tra le “nebbie”, lasciando intravedere le questioni di vero significato e senso dell’esistenza umana.

Rosanna Gobetti

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Forse la mia parola par troppo osa

Paradiso XIV, 130

Prodigio noi siamo. L’abbiamo scordato.

È così bello qui, tanto da chiedersi

è miracolo, costruzione, cosa nata?

Lasciarsi alla luce! Scrive il paesaggio

il nostro desiderio di silenzio

l’oltre della paura. Trovo Te nella grazia.

Taccio, capisco, ascolto soltanto

sospeso all’inganno del tempo

tento una pace, la provoco, la spero.

 Mauro Marino

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