"Non fatemi pensare!" - di Simona Rizzo

"Non fatemi pensare!" - di Simona Rizzo

       Computer, smartphone, tablet: sono oggetti che utilizziamo quotidianamente senza renderci conto che si tratta di oggetti dal “Design invisibile”, cioè che rende ogni nostra esperienza digitale più veloce, funzionale e soddisfacente, permettendo di muoverci inconsapevolmente tra indicazioni create appositamente per non essere percepite.

     Sì, perché siamo nel pieno dell’Era del “Design dell’esperienza utente”, il cosiddetto Design digitale del XXI secolo. Ogni applicazione a cui accediamo giornalmente, sia Facebook, Instagram o Whatsapp  o riguardante tutto il mondo Google, è stata progettata sulla base di linee guida di Design per garantire un approccio immediato e tale da favorire l’utilizzo delle piattaforme informatiche ad una platea sempre più ampia.

    Risale al 2000 quello che a lungo è stato considerato il manifesto della UX designer (User Experience Designer): Non fatemi Pensare” ovvero il libro di Steve Krug. In 21 anni molte cose sono cambiate -tra “l’obsolescenza programmata” dei dispositivi, ossia la strategia volta a limitare la durata di un prodotto, e i profondi mutamenti nelle abitudini da parte del pubblico, fondamentalmente- e quel che rimane è che noi utenti chiediamo: “Non farmi pensare”.

    Effettivamente che sia l’accesso ad un motore di ricerca o l’utilizzo di una applicazione di messaggistica istantanea, chiediamo sempre la stessa cosa: semplificazione e chiarezza. Non vogliamo distrazioni, non vogliamo perdere tempo a chiederci dove cliccare o peggio ancora a come incasellare una serie di tentativi per raggiungere il nostro obiettivo.

    Un lavoro sulla Esperienza Utente (UX) di un sito web o un’applicazione mobile non può prescindere, dunque, da quelle che sono le esigenze dell’utente finale, declinate in un processo di navigazione chiaro e funzionale, perché quello che si chiede sono simboli e pulsanti auto esplicativi, una corretta successione dei contenuti in una pagina web, un accesso immediato alle funzionalità proposte. In poche parole: massima semplificazione dei comandi!

    In realtà, l’utilizzo delle piattaforme per lo streaming (ovvero i sistemi audio/video a più canali-utenti), così come l’invio di un audio su Whatsapp o l’accesso alla propria bacheca su Facebook, prevedono l’impiego di simboli, spesso banali e semplificati, ormai codificati nel senso comune e che sono entrati a pieno regime nei linguaggi della comunicazione attuale.

    È sufficiente pensare ai pochi, semplici elementi ricorrenti nella stragrande maggioranza delle interfacce: un pulsante “con una freccia a destra” per andare avanti, una X per chiudere, “una freccia a sinistra” per tornare indietro, un “triangolino” con il vertice a sinistra per indicare il Play, la buona vecchia “icona della casa” per tornare alla schermata principale.

    Questi e un’infinità di altri simboli che utilizziamo quotidianamente senza domandarci nulla, sono tutti elementi creati nel processo di impostazione della interfaccia, il contatto che l’utente utilizza per la fruizione di contenuti, per l’uso delle applicazioni installate sul proprio smartphone, per mandare avanti la riproduzione di un film su Netflix e tanto altro ancora.

    In conclusione, nell’uso di un’interfaccia, ovvero di attrezzature quali computer, cellulari e quant’altro, come previsto da “Steve Krug”, l’utente non vuole pensare, o in altre parole non vuole applicare la mente per gestire queste attrezzature, ed effettivamente non c’è ragione che lo faccia.  

   Non basta! L’utente delle attrezzature informatiche non intende più neanche avere un processo di interazione tattile preferendo il controllo vocale come negli scambi con i motori di intelligenza artificiale quali Alexa di Amazon o Siri di Apple.

   Così, è sufficiente chiamare Alexa e chiederle di accendere le luci del salone; basta tenere premuto il pulsante del microfono in basso a destra nella schermata di Whatsapp per registrare un messaggio vocale, o entrare su Google e digitare le chiavi di ricerca per accedere ai contenuti desiderati.

   E ancora il lead designer “Tony Aube” sostiene che “La migliore interfaccia utente è quella che non si vede”. In tal modo, nell’utilizzo di un’applicazione, noi utenti siamo accontentati!

    Ma quello che spesso noi ignoriamo è il processo di ricerca che viene svolto a monte che si basa su un profondo studio delle inclinazioni, comportamenti ricorrenti e processi di acquisto ed esperienza del cliente; sull’applicazione di studi di neuroscienze per comprendere i comportamenti umani nell’interazione, con l’intervento multidisciplinare di un team di psicologi, designer, informatici ed economisti.

    E allora? Basta semplicemente osservare i nostri comportamenti quotidiani per comprendere di quanto a noi piaccia la lungimiranza di Steve Krug: “Non fatemi pensare”!

 

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