L’accordatura urbana - di Mariangela Filoni

L’accordatura urbana - di Mariangela Filoni

      Vorrei partire con questa mia divagazione sul tema della Natura dall’ultimo libro che ho letto: si tratta di un romanzo che fa parte della collana “La grande letteratura giapponese” nel progetto Le opere del Corriere della Sera. Si intitola “Un bosco di pecore e acciaio “ di Miyashita Natsu.

      È sempre intrigante scoprire in base a quale ragione del momento si sceglie un libro  piuttosto che un altro. A volte succede che invece si vada spediti in Libreria con un titolo già in testa così come altre volte ci si lasci condizionare dalla veste grafica, dall’incipit, da una singola parola o dal titolo che svela molto di noi stessi, e via di seguito.  Per non parlare di quelli che annusano le pagine.

    Ho già divagato fin troppo su un argomento che meriterebbe uno spazio tutto suo: i libri e la lettura. E allora dirò che questo libro l’ho scelto perché ho sempre avuto interesse per i romanzi orientali e poi perché l’immagine di copertina mostra due mani posate sulla tastiera di un pianoforte. E come resistere?

    Il protagonista è un giovane studente liceale; per un caso fortuito viene incaricato dall’insegnante della scuola di attendere l’arrivo di un accordatore per il pianoforte posizionato nella palestra della scuola. Il giovane assiste all’accordatura e compie il suo destino: decide che diventerà egli stesso accordatore. La qualità del suono udita durante l’accordatura evoca in lui la chiarezza del paesaggio della sua infanzia: “Sente odore di bosco… Un bosco autunnale…. Mi parve di sentire creature montane nascoste là vicino pronte a iniziare le proprie attività non appena fosse sopraggiunta la notte. Un suono che aveva una tranquilla calda profondità: era un suono così quello che sgorgava da pianoforte”.

    Ecco che con quest’ampia premessa letteraria stiamo arrivando al nostro paesaggio, quello urbano, che abitiamo, e quello profumato dei boschi che invece abita noi. I ritmi frenetici della metropoli creano un volume di traffico anche mentale che impedisce a quel suono limpido profondo o grave di giungere alle nostre orecchie.

    E allora proviamo a cercare un parco, un viale alberato, un cespuglio, un fiore o un giardino. E a proposito di giardino mi viene in mente Pessoa; nel suo “Il  libro dell’inquietidine” leggo qualcosa che è come una calamita : “ Le piante sono lì ma ci sono strade, strade… Squadrati ma utili i giardini sono per me come gabbie, in cui le spontaneità colorate degli alberi e i fiori non hanno altro spazio che quello di non averlo, luogo da dove non uscire …”

Eccoci qui, di nuovo daccapo ma una piccola idea mi viene proprio da un’informazione contenuta nel nostro libro giapponese dal nostro romantico accordatore: “il LA che costituisce il suono base del pianoforte è fissato a quattrocentoquaranta hertz. Dicono che il primo vagito di tutti i bambini del mondo sia a quattrocentoquaranta hertz.”

    E dunque aguzzerò l’udito per sentire quel suono che è già dentro di noi; occorre spegnere la radio dei nostri pensieri inutili, occorre il respiro naturalmente acquietato. Si può fare anche se siamo in un giardino gabbia anche su un treno della metropolitana affollata da persone oltretutto imbavagliate da troppo tempo.

Sintonizziamoci col nostro profondo, con quel primo vagito. Non è difficile, il difficile è ricordarsi di farlo. (Buddha)

Troppo divagare?  Ma no, ho dato solo il LA.

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