Le trombe degli angeli - di Mariangela Filoni

Le trombe degli angeli  - di Mariangela Filoni

     Nel mese della semina si affollano pensieri, immagini, profumi, colori, e un’idea fiduciosa, quasi una certezza di futuro: si raccoglierà. Chissà perché mi viene subito in mente un proverbio: “chi semina vento raccoglie tempesta”, derivato dal profeta Osea che al versetto 8,7 recita: “E poiché hanno seminato vento raccoglieranno tempesta” riferendosi alla cattiva condotta degli Ebrei, idolatria e corruzione, che li avrebbe condotti alla catastrofe.

      Mi piacciono molto i proverbi perché hanno una saggezza alla portata di tutti ma soprattutto mi piacciono perché molti proverbi, se ci si fa caso, hanno un corrispettivo che dice esattamente l’opposto con pari dignità. E così:

Chi fa da sé fa per tre

L’unione fa la forza

Chi troppo vuole nulla stringe

La fortuna aiuta gli audaci

Chi va piano va sano e va lontano

Chi tardi arriva male alloggia

E via di seguito...

       In questo tempo sento come se i nostri campi sui quali seminiamo parole siano ancora a riposo, un maggese insomma che dura da quasi due anni. E per fortuna sono una divagatrice per mia stessa ammissione e a mia difesa. Sennò mi domanderei: chi ha seminato vento? E quando arriverà la tempesta?

       Canta il mio De Gregori: “Gesù piccino piccio’ Gesù bambino fa che venga la guerra prima che si può, fa che sia pulita come una ferita, fa che duri poco …. E quando poi sarà finita fa che non la ricordi nessuno.” Ecco che in questo maggese infinito, la semina deve attendere e il raccolto è lontano: deve arrivare la tempesta ma questo at-tendere, tendere verso, è già semina e allo stesso tempo consapevolezza che ci sovrasta. Bisogna seminare idealmente un frutto che produca energia per una vigilanza continua e una concentrazione tale che ci renda sordi alle sirene del mondo. E stare uniti. La divisione è diabolica. Lo dice l’etimologia della parola, senza alibi: dal termine greco “diabolo”: dividere.

      Chi ci ha divisi? Almeno un metro di distanza uno dall’altro, ci si raccomanda, anzi meglio se ognuno a casa sua; chi ci ha coperto il sorriso?  quello stesso sorriso che un bimbo di soli due mesi esprime per la sua stessa “sopravvivenza”, il cosiddetto sorriso sociale.

     Difficile divagare con leggerezza in questo pandemonio: letteralmente un conciliabolo di diavoli. . .Dove la paura fa confondere la mera sopravvivenza con la pienezza della vita. Così non va.

     Il maggese a qualcosa sarà servito e anche se il senso mi sfugge il terreno tornerà fertile per nuove semine e nuovi raccolti  E pensare che lo spunto, con il quale avrei voluto aprire e con il quale invece chiuderò questa mia divagazione, me l’ha offerto il nostro direttore Pompea Vergaro, quando nel suo editoriale nomina il cardinale Gianfranco Ravasi di cui sono una vera ammiratrice. Penna raffinata e saggia col dono della perfetta sintesi, autentico seminatore. Nel suo Breviario Laico 366 riflessioni giorno dopo giorno, raccolgo dalla sua semina giornaliera, in data due ottobre, la riflessione che segue alla lettura dell’inizio della fine della ballata   di Bob Dylan “Tre Angeli”:

“Gli angeli suonano le loro trombe tutto il giorno

la terra intera in movimento sembra oltrepassarli

ma nessuno sente la musica che suonano

nessuno neppure ci prova”.

        Ravasi conclude la sua riflessione sulla società dissipata che non ci prova neanche a sentire le trombe degli angeli che pure suonano tutto il giorno con queste parole:

“Anzi, essa si lascia catturare da un angelo oscuro e terreno, il demonio che- come diceva il poeta spagnolo Antonio Machado (1875-1939) ci sussurra: “Verrai con me… E avanzai accecato da rossa luminaria/ Nel profondo sentii delle catene / suonare e fiere in gabbia fremere”.

       Impossibile aggiungere altro. Io non riesco.  Ma so che c’è una musica che suona tutto il giorno un canto che risuonerà nei campi quando il raccolto sarà li abbondante e pieno. Un messaggio di speranza: ma chi vive sperando muore disperato? Secondo Saramago no. Ecco pronto anche il contrario. Da “L’anno della morte” di Riccardo Reis:  

“La speranza. Si arriva a un punto in cui non si ha nient’altro al di fuori di quella ed è allora che scopriamo di avere ancora tutto”

 

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