La Dad…questa sconosciuta! Una maestra si racconta… - di Patrizia Petrachi

La Dad…questa sconosciuta!   Una maestra si racconta… - di Patrizia Petrachi

       Maestra, ti posso portare a casa? È la domanda che Sofia, una mia alunna di sette anni, mi ha rivolto l’ultimo giorno prima di una delle tante chiusure della scuola poiché, abituata ad abbracciarmi e ad essere coccolata, non accettava l’idea di “stare ancora lontana dalla maestra e dai compagni”. Ed è sempre lei che, insieme ad un gruppo di bambini, continua ad indossare il grembiule anche durante la DaD nel tentativo di ricreare l’ambiente scolastico anche a distanza e, si sa, che attraverso uno schermo è davvero difficile!

       Durante la DaD, sigla che si è insediata prepotentemente nella nostra quotidianità, succede di tutto: c’è chi si collega ma è ancora addormentato; chi continua a consumare la colazione in pigiama, chi chiede di andare in bagno o mostra ai compagni il gatto che passeggia sulla tastiera del computer o, ancora peggio, chi rientra dopo essersi sconnesso per dieci minuti dicendo di non aver scritto ancora nulla. E c’è sempre qualcuno che saltella, gioca con qualsiasi oggetto oppure si diverte a fare facce buffe appiccicato al monitor, credendo di non essere visto.

       E fin qui, diciamo, va tutto bene! Finché non cade la connessione o tutti i 26 ragazzini non decidono di parlare contemporaneamente in preda a chissà quale manìa di protagonismo. Dopo circa due ore di performance, la lezione finisce. Ognuno spegne il proprio computer per riaccenderlo, in presenza dei genitori, nel pomeriggio per la lettura dei compiti. È in questo momento che si scatenano chat e registro elettronico in uno scambio confuso di informazioni tra genitori e i ricordi sbiaditi dei loro figli sui compiti assegnati.

      La frase di Sofia insieme all’esperienza della DaD mi hanno portato, quindi, a riflettere sull’attuale situazione della scuola e a ripensare a un nuovo modo di fare didattica.

     Insegno da oltre un trentennio e mi trovo da circa un anno a dover fare i conti con LEAD, DAD, DID, confrontarmi con piattaforme, classi virtuali, tutorial, registri elettronici, videolezioni e decisioni ministeriali o regionali, a volte, discutibili. Certo, la scuola non può fermarsi!

     Tutti siamo stati chiamati ad affrontare un’emergenza sanitaria che ha messo a dura prova la nostra capacità di resilienza. I genitori hanno dovuto adeguarsi alle numerose richieste della scuola e apprendere l’utilizzo del registro elettronico per caricare e scaricare i compiti e prenotarsi per i colloqui, sempre on line. E ancora avviare le videolezioni da far seguire ai figli e, venendo meno anche il tempo pieno, seguirli nello svolgimento dei compiti a casa.

       Anch’io ho dovuto mettermi in gioco proponendo attività, materiali e compiti innovativi attraverso una didattica che mi imponeva di aggiornarmi continuamente on line, di essere sempre connessa, pronta a rispondere alle richieste della dirigente e dei genitori, ma nello stesso tempo non potevo abbandonare i bambini.

      Perché, è necessario mantenere vivo il loro senso di appartenenza ad una comunità, a sostenere la motivazione ad apprendere e a preservare, nei limiti del possibile, la relazione educativa. Sono sempre più consapevole che l’apprendimento avviene solo se esiste una relazione tra insegnante e alunno che non può essere intesa come mera trasmissione del sapere, ma come un processo interattivo, un percorso che si costruisce insieme nel tempo chiamando in causa la sfera emotiva e sociale, i vissuti personali per creare forti legami affettivi. Si sa che i bambini hanno bisogno di affezionarsi, di fidarsi e di stabilire un rapporto empatico con l’insegnante e solo allora apprendono. Non può esistere apprendimento senza l’affettività e la relazione.

       Durante la DaD è proprio la comunicazione non verbale che è venuta a mancare, fatta di sguardi, di piccoli gesti, di carezze e sorrisi, è mancato ai miei bambini il contatto fisico, lo scambio di emozioni a cui sono abituati, i continui feedback e il tempo per raccontarsi e per ascoltare. E se ripenso a Sofia che voleva portarmi a casa, credo sia emblematico il bisogno urgente di tornare alla normalità, alla quotidianità rassicurante, dove acquista senso anche quella semplice frase, che ad una lettura più attenta vuol dire: “Parlami, guardami, abbracciami come facevi prima, vieni con me, ho bisogno di sapere che ci sei”. Ed io voglio esserci sempre per i miei bambini, sempre pronta a ricominciare, a reinventarmi e ad affrontare nuovi inizi.

        E ora vorrei condividere alcune frasi scritte dai miei bambini al rientro a scuola, dopo essere stati in didattica a distanza per tanto tempo:

“Quando sono tornata a scuola ero contenta perché potevo parlare e divertirmi con tutti”

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“Ho spalancato gli occhi pensando che era un sogno, ma qualcuno mi ha abbracciata e io sono stata felice di essere tornata a scuola.”

 “Pensavo di non tornare a scuola, mi mancava tutta l’accoglienza che abbiamo qui e tutto l’amore che ci viene dato dalle maestre”

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“Appena sono rientrata a scuola volevo abbracciare tutti!”

“…a scuola imparo tante cose belle, rivedo le mie maestre, la scuola è la mia casa!”

Patrizia Petrachi

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