Mauro Marino racconta "La cultura che cura" - di Pompea Vergaro

Mauro Marino racconta "La cultura che cura" - di Pompea Vergaro

     Venti di Ponente, come annunciato nell'editoriale di giugno, lungo la sua navigazione si aprirà a nuovi dibattiti con una peculiare attenzione al percorso dedicato alla "Cultura che cura"; una realtà presente nel nostro territorio, pullulante, ma silenziosa e ai più sconosciuta!

    Abbiamo Incontrato Mauro Marino con il quale, ne sono certa, faremo una chiacchierata istruttiva. Mauro è esempio dinamico di un poliedrico percorso culturale nel territorio salentino che ne supera largamente i suoi confini. Vigile al presente, porta con sé il proprio, fortunatamente, bagaglio ricco di esperienza, costante ai cambiamenti sociali e culturali, con un profondo e innato senso civico.

    Operatore culturale, come egli stesso si definisce. a cui aggiungo, a pieno titolo, “storico”, Mauro Marino è tanto altro ancora!

     Solo alcune note: dal 1999 dirige a Lecce, l’attività dell’Associazione Culturale Fondo Verri dedicato allo scrittore salentino Antonio L. Verri. Giornalista pubblicista ha diretto il quotidiano “il Paese nuovo”; ha creato Spagine, periodico di informazione culturale del Fondo Verri. Impegnato sul fronte della prevenzione e della cura del disagio giovanile gestisce laboratori di scrittura e di espressione creativa nell’ambito delle terapie integrate sui disturbi del comportamento alimentare.

Mauro Marino, cominciamo dall’inizio?

    Certamente! Il mio lavoro l’ho maturato nei lunghi anni vissuti da spettatore: la musica, il teatro, l’arte mi hanno sempre interessato e coinvolto. Guardare è stato quello che ho fatto. Poi, pian piano, è cresciuto in me il desiderio di operare, di mettere a frutto l’esercizio dello sguardo. Lo sguardo accoglie, è capace di contenere tutto, su questa considerazione, ho fondato il mio lavoro: guardare senza esprimere giudizio, riconoscere l’altro, la speciale qualità di ogni singolarità. Ho compreso che il desiderio espressivo abita in tutte le persone, dare nutrimento e occasioni a ciò che è sotteso è la funzione che mi sono scelto.

    Ho imparato l’aver cura da Danilo Dolci, dal “Pellegrinaggio in Oriente” di Herman Hesse la qualità dell’agire sotterraneo, da Anna Maria Ortese l’ostinazione del tener fede al proprio pensiero, da Baudelaire, l’arte dello stare in città e poi il Terzo Teatro di Eugenio Barba, il Teatro Povero di Jerzy Grotowski e mille e mille altre suggestioni. Un tesoro che negli anni ho imparato a far dialogare costruendomi. Ho citato Danilo Dolci, un incontro importante per me negli anni Ottanta, un maestro di Maieutica, precursore, negli anni Cinquanta, in Sicilia, di pratiche partecipative nel prefigurare e nel perseguire il cambiamento. Un “cambiamento di destino” che, nel suo caso, ha interessato interi territori, la loro complessità partendo dalla presa di coscienza di ogni singola sensibilità, portandola a valore nella Comunità. La cultura, la conoscenza, l’esperienza materiale, le leve di una responsabilizzazione capace di confrontarsi con la “crisi” per risolverla. Educare alla Creatività e allo Sviluppo la prerogativa della sua azione, della coralità che sapeva suscitare.

    È accaduto e continua ad accadere dove si sceglie di partire dall’ascolto, dalla condivisione, un insegnamento che ho potuto mettere in pratica nel mio lavoro di Operatore Culturale con il Fondo Verri, luogo dedicato alla memoria dell’energia aggregante di Antonio Leonardo Verri, il poeta di Caprarica di Lecce, un altro grande mio maestro, motore di quella “stupenda generazione” che ha dato spinta e valore al movimento artistico e autoriale salentino di fine Novecento.

Con queste preziose confidenze potremmo definire che Mauro Marino insegna che i maestri sono necessari per incamminarsi; portandoli con sé, conoscerne di nuovi, ma intraprendere sempre propri percorsi.  

       Mi piace sempre pensare che ho avuto e continuo ad avere dei maestri, di essere espressione di una molteplicità sapienziale ed esperienziale… Un pensiero che mi fa forte, mi consola, specie quando mi impegno sul fronte del disagio esistenziale.

Ecco, entriamo nel vivo di questo incontro: il disagio esistenziale.

     Sì, questo è un altro prezioso ambito del mio lavoro che svolgo nei laboratori creativi del Centro per la Cura e la Ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare e, in passato, presso il Dipartimento di Dipendenze Patologiche della Asl di Lecce, palestre di una “Poesia della Vicinanza” che eleva il contatto umano a prerogativa finemente e squisitamente culturale. Ognuno, nel proprio disagio vale, è elemento di critica e dunque leva di una possibile altra comprensione del Mondo.

Il palchetto del FV

Nella sua esperienza un punto focale della quotidianità è la “Poesia Viva”

       Sì. Poi c’è la scrittura. Accogliere il suono, il verso che detta e spiega il sentire, lo declina in ciò che non conosci. Oltre la razionalità abita la poesia; ma, in quell’oltre, la poesia è capace di accogliere il pensiero razionale per renderlo altro. Non credo ci sia un’universalità della poesia, c’è anche, ma c’è, soprattutto, una singolarità che tenta di farsi comunicazione, tentativo di scambio, di incontro. Quello il motivo del far poesia. Il nucleo vero, il motore dell’agire poetico. Io lo intendo in una gamma molto larga. Nell’agire, proprio! La scrittura è forse il momento meno importante, ciò che conta è la costanza, la quotidianità del fare, il rigore (concetto caro ad un altro maestro: Francesco Saverio Dodaro) con cui nutri la vita e il tuo “stile”, in essa. A questo mi sono allenato con il Tempo, attraversando esperienze diverse: l’essere pubblico, il teatro, la grafica, l’operare organizzativo. Pratiche virtuose nel costruire “senso”, “scritture”. Il corpo e il pensiero insieme, nella necessità sempre di superare il limite personale per sperimentarsi e affinare la propria sensibilità nello scambio virtuoso con e per l’altro.

Riflessioni incoraggianti le sue di chi conosce bene i percorsi, le vicissitudini delle significative trasformazioni, inevitabili e necessarie per riappropriarsi dell'Umanità che rischia sempre di smarrirsi. Ma la Cultura nelle sue sfaccettature sa come fare. Basta porgere l'orecchio, lo sguardo e il cuore!

Chissà se in questo percorso di Venti di Ponente non ci rincontreremo ancora? Mauro con lo sguardo ci dice che sarà possibile. E noi confidiamo!

La “Cultura che cura” in questo cammino promette ancora lunghe tracce!

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