Dall’aspettare all’attendere – di Mariangela Filoni

Dall’aspettare all’attendere – di Mariangela Filoni

      Conservo da moltissimi anni un foglio di quaderno ormai ingiallito prossimo a sbriciolarsi dove scrissi la frase di un anonimo sul tempo: “Questa cosa chiamata tempo, questa stupenda dimensione il cui automatismo ritma i nostri passi senza fretta ne ritardo. Per quanti grandi o piccoli possano essere, il tempo risolverà tutti i nostri problemi.... È questa l’arte suprema che non esige altro sforzo che di vivere e di aspettare. Questo anonimo orientaleggiante panta rei conclude, poi, accennando all’Arte di aspettare; appunto “aspetta e spera” tanto tutto passa .

      In “Canto solitario di Penelope nuova” la multipremiata poetessa Annamaria Colomba impregna la sua raccolta di poesie pubblicata per le edizioni L’Officina delle Parole, in quella che, con un originale neologismo, definisce “penelopetudine” ossia l’arte dell’attesa. Aspettare e attendere sono termini apparentemente sinonimi; entrambi hanno a che fare con il tempo; il primo riguarda il tempo-temporale, l’altro l’aeternitas

COPERTINA COLOMBA

     Cos’è dunque il tempo? Ho avuto il privilegio, per un caso fortuito, di partecipare come “critica di strada” alla realizzazione di “Canto solitario di Penelope nuova” divagando sui versi con una libertà tale da spingermi a fare ora altrettanto. Cos’è dunque il tempo lo chiederei a S.Agostino: “Se nessuno me lo chiede lo so, se voglio spiegarlo a chi me lo chiede non lo so.”  Ma viene in mente anche una canzone di Roberto Vecchioni (che salto nel “tempo” da S. Agostino!!!): “Il cielo dì Austerlitz”, ispirata al romanzo “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj dove  si raccontano gli ultimi istanti di vita del principe russo Alexander caduto “come un airone” sul campo di battaglia, e testualmente,  dice così: ”com’è lontano Dio, lontano il tempo, un’ombra miserabile di eterno...”

      Il tempo, così, come ombra miserabile di eterno. Ed ecco che si rizzano le antenne: il nostro tempo è parte dell’eterno! Lo è quando si ferma, quando una giornata bella sembra passare in un lampo, quando creiamo, quando cantiamo e sbucciamo le patate, quando siamo rapiti dalla bellezza che ci sovrasta con un brivido. Il brivido di cui parla Goethe: “il brivido e la parte migliore dell’uomo. Per quanto il mondo gli faccia pagare cara questa emozione, è con rapimento che l’uomo sente profondamente la realtà prodigiosa.” Sente l’eternità. E se la può sentire vuol dire che c’è. In quel momento. Divagando ancora un po’ potremmo domandarci: Ma che ne dice la scienza? “Si dice che rompere uno specchio porti sfortuna ma se è un ultracentenario a romperlo sarà ben lieto di sapere che ha ancora sette anni di disgrazie”. Ed ecco come Einstein cercava di avvicinare il pubblico alla sua nuova visione dell’universo, alla teoria della relatività: “il tempo non è assoluto ritenendo che la scienza senza religione fosse zoppa e forse abbiamo scorto il nostro bastone.” 

       Ma rimaniamo su  noi e l’arte dell’attesa; un autore contemporaneo Alessandro Piperno in un romanzo dal titolo che è tutto un programma “Con le peggiori intenzioni” a un certo punto dice questo:”Nulla ha valore senza attesa. L’attesa è Dio” Caspita! E qui mi riallaccio all’arte dell’attesa della Poesia di “Canto solitario di Penelope nuova.” Non dell’aspettare, termine che viene da “aspicere”: guardare qualcosa che si vede avvicinarsi. L’at-tendere è volgere, tendere verso qualcosa di non definito. Ed è in questo stato di tensione che si snoda il racconto dell’autrice. La sua vita potrebbe essere la vita di ognuno; ce la racconta come sanno fare i poeti: con la poesia. Del resto la nostra vita è tutto un raccontarsi, ogni volta che si apre bocca si racconta qualcosa: come non pensare a Sherazade ne “Le mille e una notte” dove la salvezza sta soltanto nel fatto stesso di raccontare. Nel Canto solitario… ogni racconto è poesia: vede cioè Eros perennemente all’opera in una vitalità creativa propria solo degli innamorati. 

     Ritornando ad Annamaria Colomba, ella ci conduce nel tessuto della sua tela con la trama e il suo ordito: la bellezza nei suoi occhi innamorati restituisce al lettore la propria stessa bellezza; come fa, per esempio, nella poesia “Sagoma scarna”: un’ultima sfida, a dire che un altro giorno è passato e lei c’è ancora... dove la vita e la morte sono la stessa cosa in un poetico quadro pieno di sole. Oppure, con sguardo incisivo esaminando il presente in: “Ma che storia è questa?”(chi di noi non lo ha mai esclamato in questo tempo sbagliato?) nella quale si legge: Si sa per certo della paura di morire, ora, invece impera la paura di vivere. E poi l’amore, l’amore, come ne “Il viandante e La Rosa”, quell’amore grande che non vuole amore, vuole di più: È l’Altrove emerso cercando e vi cresce selvatica una rosa che attende il tuo bacio d’amore . La poesia sembra uscire dalla sua nicchia, la parola della poetessa diviene la nostra parola; tutti possono leggere queste poesie e, proprio come ha fatto la critica di strada , accorgersi di quali e quante analogie, affinità, aperture di senso posso scaturire, non senza un pizzico di ironia, “estrema punta della politica dello spirito” come diceva il nostro Aldo Palazzeschi. Canto Solitario di Penelope Nuova ci rende dunque liberi di scorgere nei suoi versi la nostra stessa tela, nell’at-tendere verso qualcosa che potrebbe sovrastarci. Penelope era figlia di Icaro aveva ali per at-tendere.

     E possiamo concludere, facendo dire a un altro poeta quello che ancora chi scrive non riesce a dire, proprio come annotava nei suoi Saggi lo scrittore francese Michel Eyquem de Montaigne: “faccio dire ad altri quello che non so dire bene per la debolezza del mio linguaggio...” Loro, i poeti, sanno farlo in tre righe.

 “Dall’immagine tesa” di Clemente  Rebora 

Dall’immagine tesa

vigilo l’istante

con immanenze di attese 

e non aspetto nessuno. 

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