Sanità: penultimo atto – Samuele De Benedetto

Sanità: penultimo atto – Samuele De Benedetto

            Per comprendere le attuali dinamiche e tendenze che caratterizzano la Sanità Pubblica è indispensabile avere un orizzonte d’osservazione di lungo, lunghissimo periodo.

            Si presenta pressoché superfluo intrattenersi, infatti, sui movimenti circoscritti all’ultimo quinquennio, essendo questi la risultante coerente di azioni effettuate in passato e che hanno origini relativamente lontane. Sicché per leggere i fatti di questi ultimi mesi è necessario avere, grandi linee, una visione storica ed economica di ampio respiro.

            In tale prospettiva, va subito evidenziato che lo Stato Sociale, in Italia come nel resto del Mondo Occidentale, prende corpo in maniera significativa intorno agli anni ’20 del Novecento. Il suo momento di massimo sviluppo, almeno in Italia, si ha fino agli ’70, quando nelle sue dinamiche complessive inverte rotta. Il segnale del mutamento dei tempi si ha con l’omicidio Moro, che segna, infatti, un’inversione di tendenza. Il caso Moro, di fatto, rappresenta uno stop secco allo sviluppo del comunismo. E così, negli anni ’80, sebbene lentamente prende avvio lo smantellamento dello Stato Sociale, che registra tuttavia una accelerazione negli anni immediatamente successivi alla Caduta del Muro di Berlino e alla fine del Comunismo.

            E così, in una strategia ben precisa, lo Stato italiano viene progressivamente trasformato da sociale a liberale, dove il ruolo di questo, nella fase finale, deve essere quello legato prevalentemente alle attività fiscali e militari, come d’altro canto fu progettato ai suoi albori. In definitiva, lo Stato Sociale è di fatto una parentesi nella storia del Mondo Occidentale, che sebbene lunga, circa un secolo, si presenta utile e funzionale, ma ovviamente solo alle contingenze del Novecento. Per il futuro le soluzioni sono altre.

            Le tappe della svolta verso uno Stato liberale non sono moltissime, ma si presentano tutte decisive per la vita economica e sociale della Nostra Italia. La prima fu la dismissione dell’industria di Stato, con la vendita (o svendita?) dell’IRI; la seconda attiene alla devoluzione del potere monetario alla BCE, che di fatto dispone in assoluta autonomia della politica monetaria, orientando in massima parte tutte le attività produttive; la terza concerne lo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori. Mancano all’appello la Sanità, l’Istruzione e la Previdenza.

            Con riferimento alla Sanità l’azione di demolizione è molto lenta, lentissima, essendo stata innescata circa vent’anni fa e risultando ancora in corso. Al riguardo, basti pensare che la vendita dell’IRI e la devoluzione del potere monetario dello Stato, in Italia si compirono in meno di dieci anni, mentre per lo svuotamento dello Statuto dei lavori ci sono voluti pressappoco sette, otto anni. Circa la Sanità è questione, non complessa, ma tocca troppe sensibilità sociali e professionali. Sicché il suo smantellamento viene portato avanti a piccoli passi, anche perché le dismissioni pubbliche devono essere compensate dall’avanzamento del privato.

            Al riguardo, va evidenziato che oggi circa il 35% degli ospedali in Italia sono oramai privati ed hanno scopo di lucro. Del pari va detto che questi riescono a vivere grazie alle ASL, attraverso le quali passa il danaro pubblico a loro destinato. Le entrate secche, derivanti da servizi diretti, negli ospedali privati sono infatti ancora poco rilevanti. Non esiste un vero e proprio assetto di mercato per questi, derivanti le loro entrate, come appena accennato, principalmente dall’esborso Pubblico, attraverso le ASL. E qui è meglio fermarsi e rinviare ad altre sedi di discussione ed esposizione, i dettagli.

            Il transito del servizio sanitario dal pubblico al privato in Italia, peraltro, deve scontare lo sviluppo ipertrofico, avvenuto negli anni ’60 e ’70. E qui, va sottolineato che, come tutte le statistiche dell’Istat dimostrano ed evidenziano, il numero dei posti letto negli ultimi quarant’anni sono stati dimezzati e ripartiti con maggiore efficienza, specializzando il servizio pubblico in certi rami e dismettendo altri, assegnati, invece, progressivamente alle unità private. Tale dinamica, dunque, ha reso possibile una progressiva riduzione della spesa statale e sostenuto allo stesso tempo il settore privato, tramite, come sottolineato ancora una volta, il decentramento di non pochi rami operativi della Sanità. Una manovra questa dà respiro al settore, scardinando vecchie posizioni di potere economico e politico, da un lato e dall’altro, favorisce l’ingresso di “risorse fresche”.

            In tutto questo, la Sanità Privata, ed in modo specifico gli ospedali privati, costituiscono, quindi, delle dependance pubbliche che godono tuttavia di maggiore autonomia gestionale rispetto alle ASL e che, di fatto, rimpastano gli equilibri interni del settore nella direzione della maggiore efficienza.

            In tale quadro, quest’anno è intervenuto il Covid-affaire, che ha semplicemente accelerato le tendenze già poste in essere, dando un colpo secco alla privatizzazione della Sanità e al contempo all’efficentamento della spesa pubblica, che tramite il privato ha potuto tagliare, peraltro, i cosiddetti rami secchi, quelle attività troppo cristallizzate nei processi professionali e sociali.

            A ciò basti pensare che proprio l’emergenza Covid ha ridotto fortemente il complesso delle attività ospedaliere pubbliche, facendo orientare e focalizzare gran parte delle attività alla questione Covid. Così e di fatto, si è favorito lo sviluppo esponenziale del privato. Ma questo, quello che stiamo vivendo, è solo il momento che precede la scena finale della nostra Sanità Pubblica!

Samuele De Benedetto

           

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