Il nucleare militare oggi – Camilla Russo

Il nucleare militare oggi – Camilla Russo

          Settantacinque anni dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki che segnarono la caduta del Giappone imperiale, non è difficile credere che le armi nucleari siano ancora le più pericolose armi di distruzione di massa esistenti.

          Si stima che per la fissione (il processo alla base delle "Bombe A") l'utilizzo di soltanto 1 kg di uranio-235 sia pari all'esplosione di 10.000.000 (dieci milioni) di kg di tritolo, mentre la fusione (processo alla base delle "Bombe H") di 1 kg di deuterio-trizio (isotopi radioattivi dell'idrogeno) sia equiparabile a quella di 40.000.000 di kg di tritolo.

          Sono cifre impressionanti: se prendessimo una bomba da 300 kt (si pensa che Hiroshima ne abbia rilasciati intorno ai 15), dove kt è un "chilotone", cioè l'unità di misura della quantità di energia che si libera durante un'esplosione e che corrisponde a migliaia di tonnellate di TNT, avremmo un'energia pari a 1255x10^12 Joule, corrispondenti a 39.729 kilowatt/anno. Considerando che un'abitazione consuma circa 3,3 kilowatt/anno, la potenza sprigionata dall'ordigno è pari al consumo tipico annuo di duecentosettantacinquemila case.

          Secondo le stime dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, una bomba di circa 100 kt avrebbe tre effetti significativi: meccanico, termico e radioattivo, tutti valutati come mortalmente devastanti in una certa area. Il primo riguarderebbe circa 18 chilometri quadrati, il secondo 74 e il terzo tra gli 11 e i 12. Purtroppo alcune bombe costruite dalla seconda guerra mondiale in poi hanno sviluppato un'energia che si misura in megatoni, cioè 1000 volte maggiore di quella costruita a Los Alamos. Un esempio è l'ordigno all' idrogeno progettato da fisici russi guidati da Andrej Sacharov, la cosiddetta "Bomba zar" che fu testata nel 1961. Fu sganciata da un'isola a nord del circolo polare artico e scoppiando a 4 km dal suolo generò un cerchio di fuoco di diametro di 8 chilometri, formò il tipico "fungo" che salì per più di 60 km, e generò una gigantesca onda d'urto che si percepì fino a 700 km di distanza. I vicini edifici in legno vennero distrutti, vi furono danni fino in Finlandia, e per un'ora le comunicazioni radio vennero interrotte dalla radiazione. Da vari studi successivi è stata stimata un'energia di circa 50 megatoni. Ma stiamo parlando di 60 anni fa. Quali valori potrebbe raggiungere adesso un'esplosione di questo tipo?

          L'argomento delle armi nucleari si sviluppa su più livelli e non è facile inquadrarlo nel complesso, troppe domande sorgono spontanee: quanto e quale materiale serve per la costruzione? Chi lo detiene? Quali sono gli accordi internazionali? Quanta trasparenza c'è da parte degli Stati? In realtà per molti di questi quesiti è facile trovare informazioni che sono considerate, diciamo, ufficiali. Per quanto riguarda i materiali, è fatto noto che l'uranio si estrae da 20 paesi. Il 65% di tutto il materiale è distribuito tra Kazakistan, Canada e Australia, un'altra buona parte in Namibia, Russia, Niger, Uzbekistan e Stati Uniti, con pochissime multinazionali che detengono il controllo. Tra queste la più importante è "Areva", una società francese. Forse non molti sanno che anche in Italia vi è una miniera di uranio, a Novazza Valgoglio, in provincia di Bergamo. Scoperta intorno agli anni '60 da Eni, è stata chiusa nel 1987 dopo il referendum anti-nucleare. Secondo un articolo di "Focus" la Metex, una società australiana, nel 2006 chiese alla Lombardia di estrarre 1300 tonnellate di ossido di uranio all'anno. Ma la risposta da parte nostra fu "no".

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IN FOTO: La miniera di uranio, Novazza Valgoglio (BG)

          Per la costruzione delle bombe è d'utilizzo anche il plutonio, materiale affascinante per alcuni aspetti perché avendo una emivita, cioè un tempo di decadimento, di 80 milioni di anni, alcune sue tracce risalgono alla nascita del sistema solare. Esso si trova in quantità maggiore nel Gabon sotto forma naturale, mentre per la maggior parte viene prodotto a livello sintetico.

          I dati ufficiali ci dicono che i maggiori detentori di ordigni nucleari sono USA e Russia, rispettivamente con 6800 e 7000 testate, considerando sia quelle attive che non attive. La Cina si stima ne abbia 240, la Francia 300, il Regno Unito 215, Pakistan e India un centinaio ciascuna, la Corea del Nord 10/20, e Israele ne dichiara 80. In Italia nella base aerea di Aviano, in Friuli, ed in quella di Ghedi in Lombardia vi sono 50 e 20-40 bombe nucleari B61 all' idrogeno, che fanno parte del programma di condivisione nucleare della NATO, il cui controllo appartiene quindi agli Stati Uniti.

          Il problema è che nonostante le informazioni disponibili non si può avere un'idea certa delle armi detenute perché i Paesi che possiedono ordigni nucleari datati, possono mettere in atto il riprocessamento del combustibile esausto dai vecchi reattori. Puntando alla riduzione delle scorie radioattive al fine di tutelare l'ambiente e la salute, viene prodotto nuovo MOX al plutonio, cioè un combustibile ossido misto, una miscela di uranio impoverito prodotto dagli scarti dei processi passati, anche da ordigni che risalgono agli anni '80, e ossido di plutonio. Quindi molti Paesi attingono alle risorse minerarie civili, ma anche a quelle militari, e arrivano così a maneggiare centinaia di tonnellate di prodotti, che è una risorsa grandissima considerando che per costruire una bomba ne bastano pochi chilogrammi.

          Per limitare i danni futuri e ridurre un po' le nostre paure, dovrebbero esserci seri e imprescindibili accordi internazionali. Sappiamo per ora che nel 2010 è stato firmato il "New START" tra USA e Russia che si prefigge di ridurre del 30% il limite delle testate nucleari, dopo che il Trattato di non Proliferazione Nucleare del 1970 è risultato inefficiente perché, sebbene molti Paesi abbiano firmato per "disarmo, non proliferazione e uso pacifico del nucleare", si è stimato che sono più di 40 le nazioni ora in grado di autoprodursi una bomba atomica.

          Molti aspetti sfuggono al controllo, si spera principalmente nel buonsenso degli Stati e in un "cambio di rotta" generale. Non vorremmo svegliarci una mattina, vedere lanciato un missile metereologico, e ritrovarci come nel 1995 quando Boris Eltsin lo scambiò per un attacco nucleare ed era pronto ad attivare la famosa valigetta e per sbaglio distruggere mezzo mondo.

Camilla Russo

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